Quando i pensieri fluiscono così velocemente, quasi accavallandosi, sormontandosi , intrecciandosi a volte senza perfino un filo logico conduttore minimamente definibile, è assai difficile riuscire a setacciarli, a separarli, a donargli un qual si voglia di significato oggettivo...(assumendo poi che un reale significato oggettivo possa mai veramente esistere...) Ti ritrovi a dover lottare contro di essi per cercare di semplificare il compito a un qualsiasi lettore che voglia cimentarsi nella comprensione di tale scritto...soprattutto per permettere all'osservatore principale, quale io stessa sono, di capire cosa veramente vuole esprimere nelle vesti di narratore delle proprie idee.
L'esperienza mi insegna che il miglior modo per vincere contro le cosiddette "fughe di idee" senza inciampare in "un insalata di parole" - utilizzando termini alquanto "medici" - sia quello di cominciare a scrivere due parole...una frase...senza pensare più di tanto..ma solo muovendo i polpastrelli sopra una tastiera..e seguire la loro scia...Essi, inizialmente come ghiacciati dopo un periodo di contatto con un oggetto gelido o una temperatura esterna eccessivamente bassa, si muovono lentamente quasi impacciati...poi pian piano iniziano a rincorrersi tra di loro, a fluire sempre più leggeri componendo una sinfonia, assumendo una propria personalità...distinta e separata da quella del mio corpo. Diventano un unico pezzo con la mente...un filo invisibile li collega. Come se più non mi appartenessero, non più, non a me. Ma adesso sono soltanto suoi. Non ho il tempo di riflettere e tutto scende giù come una pioggia rimasta intrappolata nelle nuvole per troppo tempo, pronta adesso a dilagare e inondare pagine bianche, strade troppo vuote e solitarie. Quel carnevale bizzarro che mi si presentava nella mente un po' vario e cangiante adesso sembra iniziare a prendere forma, a indossare le varie maschere: personaggi così diversi, ma simili.
Primo quesito. Un muscolo in atrofia nel momento della sua "resurrezione" provoca dolore, fastidio, lancinanti spilli che trafiggono dalla superficie in profondità. Da imputare alla rigenerazione di corrente elettrica che fino a quel momento era stata in parte interrotta. Quindi dolore come vita? Dolore come necessità per risvegliarsi dal torpore che per lungo tempo a impedito ad esso di svolgere il suo vero compito? Infondo anche nel parto si prova dolore...ed è proprio quello che permette l'instaurarsi di quel legame così forte tra madre e figlio. Dice vi sia rilascio di alcune sostanze che creano dipendenza...
Ecco questo domando: il dolore è dunque indispensabile per vivere? O comunque per tornare a farlo?
Secondo quesito. Il rischio. Cosa ci attrae di esso? Quale meccanismo interiore ci spinge a compiere atti imprudenti, compromettenti, che mettono a rischio la nostra salute. Da ricondurre anch'esso a ormoni? Rilascio di catecolamine che invadono completamente l'organismo..quasi impadronendosene? No, esse se non erro vengono rilasciate a lavoro compiuto. Una volta che il rischio è stato raggiunto, nel momento del suo compimento. Allora si parla della loro carica? Man mano che si accumulano, si gonfia e ci permette di sentirci un po' più vivi. No, forse si tratta dell'incertezza del rischio che ci attrae e ci culla come in un sogno dove tutto è possibile. L'incertezza che ci affascina. Eppure a pensarci bene tutto è incertezza...tutto è rischio. Ma pochi di noi lo percepiscono. Pochi si soffermano a capirlo.Niente alla fine è certo. Quindi il rischio a essere il più realisti possbili è insito nella normalità, o meglio è la normalità. E' da essa dunque che noi dovremmo essere attratti?
Terzo e ultimo quesito. Perché...sì, mi domando perché è così difficile fare ciò che veramente vogliamo?
Perché spesso si preferisce la "mediocrità", il punto di mezzo, la linea retta? Perché si rischia su quello che in realtà non amiamo davvero? Perché il rischio alla fine non è vero rischio? Perché anche se si cade ci siamo adoperati per far sì che ci sia un comodo materasso disteso sotto il grattacielo ad attenuarci la botta? La paura di cadere è così comune, pensiamo alle vertigini. Molti ne soffrono. Le vertigini: sensazione di disequilibrio. Fa così paura il disequilibrio. Non credo che il problema siano uomini senza sogni. Penso invece che il problema attuale sia la vigliaccheria. La paura di non farcela...meglio raggiungere poco, ma riuscire nell'intento, che tentare di trovare l'oasi tanto ambita e poi accorgersi che si trattava soltanto di un miraggio. Questo comporta dolore. Molto dolore. Di quello reale.
Capita che la necessità di "funzionare" nel modo più soddisfacente possibile (e porto me stessa come esempio) porti a perseguire obiettivi difficili, ma alla fine non veramente sentiti. Così che per ogni fallimento si abbia una specie di giustificazione...non verso gli altri...ma verso se stessi. Un fallimento a metà, che allo stesso tempo comporta una possibile vincita mediocre. Ecco, bisognerebbe mettere tutti i pro e i contro su di un tavolo..disporli l'uno accanto a l'altro e valutare a cosa si è disposti a rinunciare e a cosa invece no. Riuscire a spogliarsi completamente dai propri quotidiani abiti, ormai così aderenti al corpo che quasi ci soffocano, per tentare di trovare la taglia giusta senza aver paura di trovarsi ingrassati o dimagriti...senza più pensare che la vittoria implichi il raggiungimento di un obiettivo concreto...quanto quello di un obiettivo tanto difficile quanto indispensabile: il raggiungimento di Sé.
Come l'India per Terzani, il Sé dovrebbe essere per tutti Noi: "un'esperienza che ti accorcia la vita, ma dà un significato alla vita."
Rischiare per ciò che veramente si ama e anche se in questo assunto è implicito del dolore, capire che soltanto con il suo aiuto possiamo veramente ritornare o addirittura cominciare a "vivere".
Rischiare per ciò che veramente si ama e anche se in questo assunto è implicito del dolore, capire che soltanto con il suo aiuto possiamo veramente ritornare o addirittura cominciare a "vivere".
Ottima la descrizione del mix cerebrale che spunta fuori a cascata, e ai piedi d'essa trova trova ordine e composizione in un calmo laghetto.
RispondiEliminaL'accontentarsi sta diventando sempre più insito nel DNA, male, poi si perdono anche le energie del punto due, oltre a perdere se stessi. Quante esistenze vedo "castrate" per quieto vivere, quante rinunce saranno capitate anche a me, solo per lasciar correre in piattezza...
Sul punto uno ti consiglio questo film: http://occhiosulleespressioni.blogspot.com/2011/10/irrefrenabile-ebbrezza.html
e magari qualche lettura leopardiana.
:)
Grazie darò un'occhiata alla recensione che hai scritto..e poi vediamo quando trovare il tempo anche per la visione del film.. (interessante il tuo blog..)
RispondiEliminaPer quanto riguarda Leopardi l'ho sempre adorato..anche se è troppo tempo che non leggo qualcosa di suo...ma ho abitato per un anno davanti la casa dove scrisse "A Silvia".. non ti dico che sensazione ogni volta che guardavo verso la possibile "sua" finestra... :)
Vero, una sensazione particolare, quante volte l'avrai contemplata! :)
RispondiEliminaIo ho riletto di recente Operette morali, è sempre un grande insegnamento!