John Lennon
"La vita è quello che ci capita mentre siamo impegnati a fare altri progetti."
mercoledì 29 febbraio 2012
Reset
Puoi nascondere quanto vuoi i tuoi occhi sotto occhiali scuri e spessi...ma al buio dovrai toglierli per non sbattere negli spigoli. Puoi coprire quanto vuoi il volto con sciarpe e cappelli, ma arriverà il momento che il sole sarà così caldo che sarai obbligato a spogliartene. Puoi riempire quanto vuoi lo zaino che porti sulle spalle..ma arriverà il momento che la tua schiena soffrirà al tal punto da piegarsi e provocare tanto dolore. Allora sarai costretto a decidere se gettare via le cose inutili e continuare a trasportare con te gli oggetti validi, avendo la possibilità di raccoglierne dei nuovi e profumati...o far sì che la tua schiena si pieghi sempre più fin quando la tua visuale non sarà più la stessa, non più la tua..e ti ritroverai a guardare verso il basso con la solita prospettiva di un bruco che striscia tranquillamente lungo viali polverosi e stanchi, senza curasi di cosa invece può nascondersi al di là le montagne.
venerdì 24 febbraio 2012
Maschere
Quanto di noi è legato a noi e quanto invece lo è all'altro? Quanto noi siamo noi e quanto invece non una proiezione di cosa il resto vuol vedere? Quanto siamo veramente liberi di esserlo, noi , e quanto invece è l'esterno che ci plasma e condiziona?
Quale è il limite oltre il quale sganciamo l'ancora che ci lega al nostro sé per avventurarci nei mari sociali e soprattutto quanto, a quel punto, non siano le correnti a guidarci nella nostra navigazione invece che le nostre braccia? Paragonando la nostra vita a una bottiglia quanto essa è colma di noi e quanto è colma del "noi" condizionato dal "voi"?
"Ogni giorno ci svegliamo e ci accingiamo a compiere meccanicamente i nostri compiti, i nostri doveri, le nostre mansioni...ormai parte intrinseca di noi stessi.
Per prima cosa apriamo il nostro armadio e scegliamo quale tra le tante maschere appese una accanto all'altra, così diverse tra loro ma allo stesso tempo così simili, indossare. Quale tra di esse è quella che ci sentiamo più nostra in base al nostro umore, ma soprattutto in base alle circostanze e agli eventi che ci aspettano.
Per prima cosa apriamo il nostro armadio e scegliamo quale tra le tante maschere appese una accanto all'altra, così diverse tra loro ma allo stesso tempo così simili, indossare. Quale tra di esse è quella che ci sentiamo più nostra in base al nostro umore, ma soprattutto in base alle circostanze e agli eventi che ci aspettano.
Quale tra di esse è quella più adatta, più calzante...quale quella che per questa giornata aderisce perfettamente al nostro volto in modo preciso e definito...
Ci incamminiamo dunque nella giungla e utilizziamo la maschera per sfuggire a qualsiasi pericolo, per non farci riconoscere, per sembrare uno di “loro” e non essere così divorato da “loro”.
Poi usciti dal regno della giungla ci ritroviamo in un altro luogo, con altri personaggi, con un’altra ambientazione: un nuovo scenario è sceso sulla nostra recita teatrale. Quindi cambiamo maschera, ne prendiamo una nuova, questa volta deve essere ancora più adatta al nostro profilo. La indossiamo e ci prepariamo a recitare la nostra parte..e così via..di volta in volta, di scenario in scenario, di personaggio in personaggio...
Fin quando giunta la sera torniamo al nostro nido e ormai stanchi, con il volto segnato da una miriade di solchi dovuti al susseguirsi dei molteplici ricambi fatti durante l'arco della giornata, ci togliamo l’ultima indossata e finalmente guardandoci allo specchio vediamo noi stessi.
Ma il problema che sorge adesso al nostro polimorfico attore, così bravo e brillante durante la sua recita, così imperturbabile e adatto a tutti gli ambienti, sceneggiature e coreografie che sono state a lui imposte...è il seguente: quello che sta osservando adesso, riflettuto allo specchio, è veramente il proprio volto o è solamente una delle tante maschere appese nell'armadio, che di giorno in giorno, di ora in ora sta diventando sempre più parte di lui...sempre più parte del suo io, della sua personalità, del suo essere personaggio teatrale...?
Forse quella che sta osservando è una Maschera Madre che racchiude in sé tanti piccoli particolari, tante piccole sfaccettature di ognuna delle singole fuse insieme a formare un perfetto mosaico di diverse realtà.
Il nostro attore non può far altro che spaventarsi: riflesso non vede che una chimera di personalità, non trova una simmetria, non trova una regola, ma solo tanta confusione intorno. Preso dallo smarrimento, nella sua assenza di realtà, non può che distogliere lo sguardo e guardare al di fuori, al di là di se stesso, non può che sfuggire a se stesso."
Ci incamminiamo dunque nella giungla e utilizziamo la maschera per sfuggire a qualsiasi pericolo, per non farci riconoscere, per sembrare uno di “loro” e non essere così divorato da “loro”.
Poi usciti dal regno della giungla ci ritroviamo in un altro luogo, con altri personaggi, con un’altra ambientazione: un nuovo scenario è sceso sulla nostra recita teatrale. Quindi cambiamo maschera, ne prendiamo una nuova, questa volta deve essere ancora più adatta al nostro profilo. La indossiamo e ci prepariamo a recitare la nostra parte..e così via..di volta in volta, di scenario in scenario, di personaggio in personaggio...
Fin quando giunta la sera torniamo al nostro nido e ormai stanchi, con il volto segnato da una miriade di solchi dovuti al susseguirsi dei molteplici ricambi fatti durante l'arco della giornata, ci togliamo l’ultima indossata e finalmente guardandoci allo specchio vediamo noi stessi.
Ma il problema che sorge adesso al nostro polimorfico attore, così bravo e brillante durante la sua recita, così imperturbabile e adatto a tutti gli ambienti, sceneggiature e coreografie che sono state a lui imposte...è il seguente: quello che sta osservando adesso, riflettuto allo specchio, è veramente il proprio volto o è solamente una delle tante maschere appese nell'armadio, che di giorno in giorno, di ora in ora sta diventando sempre più parte di lui...sempre più parte del suo io, della sua personalità, del suo essere personaggio teatrale...?
Forse quella che sta osservando è una Maschera Madre che racchiude in sé tanti piccoli particolari, tante piccole sfaccettature di ognuna delle singole fuse insieme a formare un perfetto mosaico di diverse realtà.
Il nostro attore non può far altro che spaventarsi: riflesso non vede che una chimera di personalità, non trova una simmetria, non trova una regola, ma solo tanta confusione intorno. Preso dallo smarrimento, nella sua assenza di realtà, non può che distogliere lo sguardo e guardare al di fuori, al di là di se stesso, non può che sfuggire a se stesso."
Maggio 2009
mercoledì 22 febbraio 2012
domenica 19 febbraio 2012
giovedì 16 febbraio 2012
Distrattamente Montmartre
Montmartre. Parigi.
08 novembre 2011
Nella basilica del Sacro Cuore di Montmartre. Io, seduta, a pensare. E "pregare".
Era tanto che non lo facevo...era tanto che non mi soffermavo a parlare con un qualcosa di "alto" che non so neppure come definire.
Sono qua e rifletto.
Mi soffermo sul nome dell'edificio in cui mi trovo adesso. Tralascio senza un vero motivo l'appellativo Sacro e mi chiedo...perché Cuore?
Sì, perché il cuore in ogni credo e in ogni società è il simbolo dell'amore, della fede, della felicità?
Perché è stato scelto proprio Lui? In fondo dal punto di vista scientifico che cos'è se non una pompa articolata in quattro camere con due pacemaker incorporati? Centraline che si accendono autonomamente e impartiscono alla suddetta "macchina" comandi atti a esplicare un corretto funzionamento: efficacie e coordinato. Due nodi che collaborando permettono al sangue di fluire e trasportare ossigeno in tutto il corpo.
Quindi è per questo motivo che nelle religioni e nel comune pensiero il cuore è così fondamentale?
Perché in sua assenza o in caso di mal funzionamento tutti gli altri organi tra cui il grande Signor Cervello andrebbero - usando parole povere - a puttane?
E' dunque da lui che diparte il Tutto. Senza di esso non saremmo Niente.
Ma ora mi chiedo perché associarlo proprio all'Amore. Sì, perché?
La prima risposta che giunge saettando come una scheggia veloce nella mia mente è: per similitudine di funzione. Anche esso, l'Amore, non è che composto dall'unione di due o più porzioni ( come le camere del cuore ) tenute insieme da una corda chiamata: Energia. Un continuo scambio e riciclo di energie vitali che fluendo permettono al mondo di proseguire nella recita della sua commedia.
All'Amore appartiene una specie di propria attività elettrica che irradia ossigeno nell'etere, permettendone un giusto funzionamento.
Aspettate. Adesso però fuoriesce impaurita una domanda sconvolgente e temeraria quanto ingenua e naturale. Eccola, arriva e mi schiaffeggia: "E se l'Amore manca?" "E se l'Amore passa in secondo piano, allora cosa potrebbe accadere?"
Forse i tessuti e i vari organi di cui è composta la nostra società andrebbero pian piano a morire...lentamente. Inizialmente cercherebbero di compensarsi da soli, poi le riserve pian piano si esaurirebbero e si andrebbe incontro ad un loro progressivo declino funzionale...fintantoché, nel caso questa grande Assenza non si interrompesse in tempi brevi, potremmo addirittura giungere a stati di pura follia, che conseguentemente potrebbero, in esponenziali vesti, condurre a uno stato di Stupore fino ad arrivare perfino alla morte dei sensi.
Allora siamo ora portati a dedurre come tutto verta intorno all'Amore, come ogni pensiero, atto, movimento, azione sia ad esso strettamente e univocamente connesso e dipendente.
Forse il problema attuale del mondo sta proprio qua: nella carenza di Amore.
Forse basterebbe amare un po' di più per far sì che l'organismo funzioni meglio.
Forse è così.
Amore per se stessi, per il proprio compagno, i propri figli, la famiglia, gli amici...ma anche nei confronti di coloro che non conosciamo o coloro che ci hanno fatto del male.
Amore per colui che attraversando di "fretta" la "strada" ci ha donato un suo sorriso.
Amare con lo sguardo. con i gesti, con le parole, con il cuore.
Tratto da "Oceano Mare" Alessandro Baricco
"Poi non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. E non sono la stessa strada. Così, io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l'onestà, essere buoni, essere giusti. No.Sono i desideri che salvano. Sono l'unica cosa vera. Tu stai con loro, e ti salverai. Però troppo tardi l'ho capito. Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti del male. È lì che salta tutto, non c'è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce. Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo. Mi sono fatto tanto di quel male che tu non te lo puoi nemmeno immaginare."
mercoledì 15 febbraio 2012
martedì 14 febbraio 2012
Un insalata di pensieri
Quando i pensieri fluiscono così velocemente, quasi accavallandosi, sormontandosi , intrecciandosi a volte senza perfino un filo logico conduttore minimamente definibile, è assai difficile riuscire a setacciarli, a separarli, a donargli un qual si voglia di significato oggettivo...(assumendo poi che un reale significato oggettivo possa mai veramente esistere...) Ti ritrovi a dover lottare contro di essi per cercare di semplificare il compito a un qualsiasi lettore che voglia cimentarsi nella comprensione di tale scritto...soprattutto per permettere all'osservatore principale, quale io stessa sono, di capire cosa veramente vuole esprimere nelle vesti di narratore delle proprie idee.
L'esperienza mi insegna che il miglior modo per vincere contro le cosiddette "fughe di idee" senza inciampare in "un insalata di parole" - utilizzando termini alquanto "medici" - sia quello di cominciare a scrivere due parole...una frase...senza pensare più di tanto..ma solo muovendo i polpastrelli sopra una tastiera..e seguire la loro scia...Essi, inizialmente come ghiacciati dopo un periodo di contatto con un oggetto gelido o una temperatura esterna eccessivamente bassa, si muovono lentamente quasi impacciati...poi pian piano iniziano a rincorrersi tra di loro, a fluire sempre più leggeri componendo una sinfonia, assumendo una propria personalità...distinta e separata da quella del mio corpo. Diventano un unico pezzo con la mente...un filo invisibile li collega. Come se più non mi appartenessero, non più, non a me. Ma adesso sono soltanto suoi. Non ho il tempo di riflettere e tutto scende giù come una pioggia rimasta intrappolata nelle nuvole per troppo tempo, pronta adesso a dilagare e inondare pagine bianche, strade troppo vuote e solitarie. Quel carnevale bizzarro che mi si presentava nella mente un po' vario e cangiante adesso sembra iniziare a prendere forma, a indossare le varie maschere: personaggi così diversi, ma simili.
Primo quesito. Un muscolo in atrofia nel momento della sua "resurrezione" provoca dolore, fastidio, lancinanti spilli che trafiggono dalla superficie in profondità. Da imputare alla rigenerazione di corrente elettrica che fino a quel momento era stata in parte interrotta. Quindi dolore come vita? Dolore come necessità per risvegliarsi dal torpore che per lungo tempo a impedito ad esso di svolgere il suo vero compito? Infondo anche nel parto si prova dolore...ed è proprio quello che permette l'instaurarsi di quel legame così forte tra madre e figlio. Dice vi sia rilascio di alcune sostanze che creano dipendenza...
Ecco questo domando: il dolore è dunque indispensabile per vivere? O comunque per tornare a farlo?
Secondo quesito. Il rischio. Cosa ci attrae di esso? Quale meccanismo interiore ci spinge a compiere atti imprudenti, compromettenti, che mettono a rischio la nostra salute. Da ricondurre anch'esso a ormoni? Rilascio di catecolamine che invadono completamente l'organismo..quasi impadronendosene? No, esse se non erro vengono rilasciate a lavoro compiuto. Una volta che il rischio è stato raggiunto, nel momento del suo compimento. Allora si parla della loro carica? Man mano che si accumulano, si gonfia e ci permette di sentirci un po' più vivi. No, forse si tratta dell'incertezza del rischio che ci attrae e ci culla come in un sogno dove tutto è possibile. L'incertezza che ci affascina. Eppure a pensarci bene tutto è incertezza...tutto è rischio. Ma pochi di noi lo percepiscono. Pochi si soffermano a capirlo.Niente alla fine è certo. Quindi il rischio a essere il più realisti possbili è insito nella normalità, o meglio è la normalità. E' da essa dunque che noi dovremmo essere attratti?
Terzo e ultimo quesito. Perché...sì, mi domando perché è così difficile fare ciò che veramente vogliamo?
Perché spesso si preferisce la "mediocrità", il punto di mezzo, la linea retta? Perché si rischia su quello che in realtà non amiamo davvero? Perché il rischio alla fine non è vero rischio? Perché anche se si cade ci siamo adoperati per far sì che ci sia un comodo materasso disteso sotto il grattacielo ad attenuarci la botta? La paura di cadere è così comune, pensiamo alle vertigini. Molti ne soffrono. Le vertigini: sensazione di disequilibrio. Fa così paura il disequilibrio. Non credo che il problema siano uomini senza sogni. Penso invece che il problema attuale sia la vigliaccheria. La paura di non farcela...meglio raggiungere poco, ma riuscire nell'intento, che tentare di trovare l'oasi tanto ambita e poi accorgersi che si trattava soltanto di un miraggio. Questo comporta dolore. Molto dolore. Di quello reale.
Capita che la necessità di "funzionare" nel modo più soddisfacente possibile (e porto me stessa come esempio) porti a perseguire obiettivi difficili, ma alla fine non veramente sentiti. Così che per ogni fallimento si abbia una specie di giustificazione...non verso gli altri...ma verso se stessi. Un fallimento a metà, che allo stesso tempo comporta una possibile vincita mediocre. Ecco, bisognerebbe mettere tutti i pro e i contro su di un tavolo..disporli l'uno accanto a l'altro e valutare a cosa si è disposti a rinunciare e a cosa invece no. Riuscire a spogliarsi completamente dai propri quotidiani abiti, ormai così aderenti al corpo che quasi ci soffocano, per tentare di trovare la taglia giusta senza aver paura di trovarsi ingrassati o dimagriti...senza più pensare che la vittoria implichi il raggiungimento di un obiettivo concreto...quanto quello di un obiettivo tanto difficile quanto indispensabile: il raggiungimento di Sé.
Come l'India per Terzani, il Sé dovrebbe essere per tutti Noi: "un'esperienza che ti accorcia la vita, ma dà un significato alla vita."
Rischiare per ciò che veramente si ama e anche se in questo assunto è implicito del dolore, capire che soltanto con il suo aiuto possiamo veramente ritornare o addirittura cominciare a "vivere".
Rischiare per ciò che veramente si ama e anche se in questo assunto è implicito del dolore, capire che soltanto con il suo aiuto possiamo veramente ritornare o addirittura cominciare a "vivere".
lunedì 13 febbraio 2012
domenica 12 febbraio 2012
Imperfetta
Occhi frastagliati
cuori illuminati
immagini riflesse
nella nebbia.
Aliti distillati
dentro anfore
annegate nell'oceano
smuovono onde
come venti
provenienti
da terre lontane
pieni di una brezza
di oltre mare.
Un'isola deserta
in lontananza
attracco fortuito
per i marinai più arditi
conseguenza ultima
di un'armata
che vittoriosa avanza
verso una flotta
in deriva.
Incalzante
idiosincrasia
di una realtà
imperfetta.
..un anno fa
IL potere della Musica
Quanto la Musica può entrarti dentro, quanto può lenirti l'anima. Quanto può farla sorridere.
Curarla. Senza niente in cambio domandare. Un potere unico, che le appartiene.
Quanto può permettere al tuo cuore di battere assumendo un andamento più vitale e giovanile.
Una medicina. Una cura. Una boccata d'aria durante una polverosa giornata di grigio afoso asfalto.
Che favoloso miracolo è questa.
Giravolte arrampicate su alberi troppo alti per essere altrimenti raggiunti,
conducono su apoteosi di soffici succosi sapori. E lì ti cullano, accarezzando le guance come una mamma
il suo bimbo nel momento di donargli la dolce buonanotte. Lo avvolgono, quasi circumnavigando i suoi sguardi,
quasi incidendo nei suoi ricordi di candido zucchero filato, dorate stelle filanti attraverso effimeri sospiri, infranti.
sabato 11 febbraio 2012
Ottusità a valanghe. Macigni di preconcetti e pregiudizi che ti rincorrono pesantemente. Data la loro velocità e prepotenza non è difficile esserne sotterrati.
Di un tratto, senza avvertirti, ti schiacciano.
Guardarsi intorno con gli occhi del pensiero, durante una conversazione forse anche più "seria" del solito, e ritrovarsi così al centro di una folla di manichini standardizzati.
Solitudine morale.
venerdì 10 febbraio 2012
Attimi
Camminiamo insieme. Io e lei. L'una accanto all'altra.
Ha un passo veloce, non lo ricordavo così. Ha uno sguardo diverso, il suo tono di voce è così cambiato.
Le luci riflesse sul peso dell'acqua sembrano sussurrino piano all'orecchio...raccontandoci del tempo che passa, che scorre e corre verso un'unica direzione. Per loro natura quel fiume le trascina in avanti, ma le scompone in tanti luminosi frangenti di piccole emozioni, varie e contrastanti.
Una particella invisibile arriva veloce, rapida e mi colpisce violentemente i ricordi. Un soffio di vento e il decorso assume una direzione opposta, contraria...oserei dire più naturale.
Mi vedo, la vedo.
"No, non salire ti fai male"
"Dai vieni anche tu. Non succede niente..."
"Attenta!"
E il suo naso tutto rosso, rotto.
E poi quei nomi assurdi estratti dai libri e attribuiti con bizzarria ad ogni creatura trovata, da curare...da amare.
Il mercatino...non ricordo bene, ma quell'odore...quello sì, quello resta.
Ho rimosso l'immagine dello psuedo profumo alle rose. Ma l'odore no. NON si può dimenticare. Dentro: un'emozione. Sensazione.
E poi di nuovo là. Ridiamo e io mi risento sua complice. Sicura della sua amicizia, del suo calore, della nostra vita incastrata come due pezzi di un unico puzzle.
Eccoci qua. Dopo 25 anni di conoscenza, 15 di assenza. Dopo odi, addi, perdite, pianti, giochi, gioie e giravolte intorno a quell'asse a volte diritto a volte un po' piegato...come risucchiati da una forza gravitazionale e centripeta verso il centro dei ricordi.
Il resto ruota intorno...così diverse adesso, così uguali un tempo.
Quando tutto si scompone, per poi ricomporsi meglio.
La plasticità dell'esperienza
Ore 01.15: è a quest'ora di notte che mi ritrovo a riflettere sull'esperienza.
Esperienza come il conduttore di un treno che si ferma in molteplici stazioni e in ognuna di esse riparte solo dopo aver sceso qualche passeggero e averne caricato altri. Ma il fatto di aver abbandonato dei personaggi, che fino a quel momento lo componevano, non corrisponde a quello di aver perduto il loro odore. Il profumo è rimasto e rimbomba forte nell'aria assordando copiosamente le orecchie dei nuovi visitatori...dirigendo scaltramente e silenziosamente le loro gesta. Inebriando con gustose fragranze le loro narici, a volte quasi stordendoli nella interiora. Altre invece bloccando le loro smorfie in qualche sarcastica posa, e infine addirittura a volte inondando di nauseanti fumi le proprie orbite, come annebbiandole.
I nuovi passeggeri appena saliti quindi non saranno più liberi, non saranno più veramente loro stessi...ma nello stesso momento in cui hanno con un piede oltrepassato la soglia, sono stati modificati e condizionati dai vecchi.
E così il ciclo si ripete, ad ogni stazione, per ogni singola sosta. Qualcuno sale, qualcuno scende, ma al capolinea tutto resta.
- E pensare che due anni fa non avrei mai creduto di darti ragione. Non avrei mai immaginato di poter così cambiare idea. Il segreto? Ecco, penso stia tutto nella formidabile plasticità neuronale che ci modifica, ci cambia, e a volte ci permette addirittura di Capire. -
Esperienza come il conduttore di un treno che si ferma in molteplici stazioni e in ognuna di esse riparte solo dopo aver sceso qualche passeggero e averne caricato altri. Ma il fatto di aver abbandonato dei personaggi, che fino a quel momento lo componevano, non corrisponde a quello di aver perduto il loro odore. Il profumo è rimasto e rimbomba forte nell'aria assordando copiosamente le orecchie dei nuovi visitatori...dirigendo scaltramente e silenziosamente le loro gesta. Inebriando con gustose fragranze le loro narici, a volte quasi stordendoli nella interiora. Altre invece bloccando le loro smorfie in qualche sarcastica posa, e infine addirittura a volte inondando di nauseanti fumi le proprie orbite, come annebbiandole.
I nuovi passeggeri appena saliti quindi non saranno più liberi, non saranno più veramente loro stessi...ma nello stesso momento in cui hanno con un piede oltrepassato la soglia, sono stati modificati e condizionati dai vecchi.
E così il ciclo si ripete, ad ogni stazione, per ogni singola sosta. Qualcuno sale, qualcuno scende, ma al capolinea tutto resta.
- E pensare che due anni fa non avrei mai creduto di darti ragione. Non avrei mai immaginato di poter così cambiare idea. Il segreto? Ecco, penso stia tutto nella formidabile plasticità neuronale che ci modifica, ci cambia, e a volte ci permette addirittura di Capire. -
mercoledì 8 febbraio 2012
martedì 7 febbraio 2012
Oriago di Mira
12-11-10 ore 16.00
Oriago di Mira. Venezia.
Una staccionata di legno marrone scuro alla mia sinistra. Rassicurante, solida. Gradini che scendono verso il basso, verso il corso di acqua che lentamente si muove coordinato in un'unica direzione. A destra un edificio vecchio stile, forse risalente al 1800 si affaccia sul canale. Piatto, scuro, silenzioso. Quasi assonnato, quasi imprigionato nel torpore di un sogno dal quale attende invano solo di essere risvegliato.
Un tappeto di foglie ai miei piedi, mi raccontano i diversi colori dell'autunno. Tonalità tenue, opache, leggere sembrano danzare piano con il vento che lievemente le accarezza e le spinge a vibrare. Hanno da poco abbandonato l'albero maestro che si innalza come infreddolito dinanzi a me. Un unico cespuglio verde e poi tutto intorno giallo. Anche il cielo sembra quasi assumere questa tonalità, sembra quasi voglia abbracciare il paesaggio, amalgamarlo e renderlo ancora più surreale di quello che già naturalmente sembra.
Uomini e donne passano confusamente ai miei lati, velocemente, meccanicamente, ma leggermente come facendo anch'essi parte della sceneggiatura che oggi compone il mio atto.
Un'opera teatrale dove l'attore protagonista sono io: Me medesima.
I piedi si stanno ghiacciando, il naso quasi gocciola e ogni parte non coperta si sta per adagiare alla bassa temperatura. Rallentano i movimenti, quasi si immobilizzano. Ogni minuto che passa anche tutta l'energia che avevo fino ad adesso accumulata sembra pian piano atrofizzarsi.
Manca meno di un'ora, meno di 60 minuti, meno di 3600 secondi. Veramente poco.
Eppure anche il tempo, quello cronologico sembra stia rallentando con me.
Non sò cosa gli dirò quando lo vedrò, come lo saluterò, o se addirittura riuscirò a chiamarlo. So solamente che adesso mi piace come il vento mi accarezza la pelle, quasi levigandola, quasi scalfendola, quasi plasmandomi in una nuova forma.
Beh penso che alla fine, comunque vada, questo bel venticello...no, non potevo perdermelo.
lunedì 6 febbraio 2012
Quando Noi
Mi domando quale...sì, quale sia il confine. Quale la linea oltrepassata la quale smetti di ballare e inizi a camminare. Quale sia quindi il momento...l'esatto istante in cui tutto si ferma e poi ricomincia...ma questa volta lo fa correndo. Quale sia quell'inquadratura in cui la luce del sole si spegne e al suo posto prende forma un neon artificioso e fittizio che ricopre a raso la superficie dello scalpo. L'Ombra si insinua dove? E poi come? Di soppiatto? Con indosso un copriabito trasparente ti inganna? Ti sfiora e ti sorpassa? E dunque quando? In un giorno qualunque? Di mattina? Oppure al crepuscolo? Al canto del gallo..o dell'usignolo? O forse è mentre, in un giorno qualunque, attraversi la strada che ti porta alla tua prigionia per l'infinitesima volta? O mentre bevi il tuo caldo caffè al bar dell'angolo? O forse mentre parli del più e del meno con quell'amico che ormai è diventato tuo fratello?
No. Non saprei dirvi. Non saprei proprio cosa dirvi. Forse è tutto qua. E' qua quello che doveva essere. E quello che sarà è come un irrisolvibile rebus a tempo determinato.
Comunque continuo a domandarmi... e non riesco a smettere...quando noi rinunciamo a Noi. Quando davanti a una corda che si muove vi vediamo solo una pura corda che si muove e non un serpente. Quando guardandoci allo specchio non vediamo più il brillare degli occhi ma solo un freddo volto spento che si appresta a recitare meccanicamente uno stupido copione.
Continuo a domandarmi quando Noi smettiamo di sognare.
No. Non saprei dirvi. Non saprei proprio cosa dirvi. Forse è tutto qua. E' qua quello che doveva essere. E quello che sarà è come un irrisolvibile rebus a tempo determinato.
Comunque continuo a domandarmi... e non riesco a smettere...quando noi rinunciamo a Noi. Quando davanti a una corda che si muove vi vediamo solo una pura corda che si muove e non un serpente. Quando guardandoci allo specchio non vediamo più il brillare degli occhi ma solo un freddo volto spento che si appresta a recitare meccanicamente uno stupido copione.
Continuo a domandarmi quando Noi smettiamo di sognare.
sabato 4 febbraio 2012
Utopia
"L'Utopia è come l'orizzonte: cammino due passi, e si allontana di sue passi. Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L'orizzonte è irraggiungibile. E allora, a cosa serve l'Utopia? A questo: serve per continuare a camminare."
Eduardo Galeano
Eduardo Galeano
giovedì 2 febbraio 2012
Inchiostro purpureo
Annessi,
dismessi,
variegati attimi
sfioriti sulle note di una penna.
L'inchiostro purpureo
scorre nelle vene
e sopra fluide onde
di alchemici scomodi pensieri
incombe e soccombe
lungo l'avvenir
dell'eterno moto celeste.
Aprendo
le socchiuse finestre
a quella scompensata immagine
- ufficiose guarnizioni di cemento armato -
schiudendo
le ali all'avvenire dei sensi
- frazionati infermi movimenti grotteschi -
così ora barcolla.
Come sull'orlo del canestro,
tra il dentro e il fuori...
una sottile linea:
pesante la sua assenza,
netta invece è la presenza.
dismessi,
variegati attimi
sfioriti sulle note di una penna.
L'inchiostro purpureo
scorre nelle vene
e sopra fluide onde
di alchemici scomodi pensieri
incombe e soccombe
lungo l'avvenir
dell'eterno moto celeste.
Aprendo
le socchiuse finestre
a quella scompensata immagine
- ufficiose guarnizioni di cemento armato -
schiudendo
le ali all'avvenire dei sensi
- frazionati infermi movimenti grotteschi -
così ora barcolla.
Come sull'orlo del canestro,
tra il dentro e il fuori...
una sottile linea:
pesante la sua assenza,
netta invece è la presenza.
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