“Ebbi una specie di collasso psicologico: non riuscivo più a fare le foto. Troppo dolore: che senso ha fare le foto in una situazione del genere? Mi chiedevo. (…) Ero bloccato, volevo tornarmene indietro. Verso le sei e mezza, sempre arzigogolando su torno o non torno, come faccio a fotografare…, mi sono accorto che i miei pensieri stavano prendendo altre direzioni. Solo dopo un bel po’ mi resi conto che cominciavo ad aver fame e a domandarmi che cosa e dove potessi mangiare. Più la fame aumentava e meno ero preoccupato del fatto che lì intorno stessero morendo cinquanta, cento persone al giorno, mi laceravo sempre meno sul significato di fotografare, mentre invece pensavo sempre di più che, semplicemente, avevo fame. Lentamente riemersi e cominciai a riflettere sul fatto che questo forse voleva dire che il mio corpo esisteva, esisteva la mia necessità fisica, più impellente e pervasiva di ogni blocco psicologico e morale. Che potevo fuggire dal dolore, ma non dalla fame, non dal mio corpo. Fai il fotografo? Non è questo che volevi fare? Fallo bene allora. Cerca di mettere nelle tue foto la tua angoscia e la tua pietà. Non pretendere di cambiare il mondo con la tua fragilità. Non fuggire. Tornai a fare il mio mestiere. E’ una lezione che non ho più dimenticato”.
FERDINADO SCIANNA, parlando di un suo servizio a Makallé, in Etiopia, piagata da una carestia

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