Quasi in simbiosi. Il passo sincrono, come camminassero con gli stessi piedi. Un'unica persona e quattro gambe. Allo stesso tempo divisi, l'uno a fianco all'altro, solo un sottile spazio coordinato a separarli, con una serie di onde verso l'alto e verso il basso interposte tra i loro corpi. Unico punto di effettiva unione fisica: una stretta ma leggera mano nella mano. Non troppo forte da fare del male, ma sufficientemente presente e tempestiva da poter sorreggere l'altro nel momento del bisogno. Pronta a stringere se necessario, ma abbastanza dolce da far respirare. Il volto rivolto verso l'alto, come a guardare avanti, senza mai abbassarsi, lo immagino stanco ma vivo. Un sorreggersi l'un l'altro come non vedevo da tempo.
L'andamento non troppo lento, ma neppure frettoloso. Costante e leggero, come armonioso, melodico, musicale. Un brano di musica classica che infonde fiducia e coraggio, forza e speranza.
Sulle loro mani le note del tempo che passa, quasi a sottolineare il susseguirsi impaziente dei secondi, con le avventure, i dispiaceri, le sconfitte e le vittorie, le difficoltà e la gioia di vivere una vita insieme. Vita, questa continua baraonda simile al mare: splendido da guardare a tal punto da toglierti il fiato, ma così difficile da navigare e attraversare, pieno di trucchi e trabocchetti, alte e basse maree, fondali inabitati o pieni di anime, sempre con qualcosa da raccontare. Con al suo interno un bagaglio di residui, fossili e cianfrusaglie, alcuni buoni e fruttuosi, altri cattivi e indigesti, pronti a esplodere fuori durante la tempesta, come a rigurgito di ciò che per troppo tempo ci ha avvelenati.
E adesso proprio davanti a me questa scena, una scena di altri tempi, una scena a rallentatore che infonde un senso di tenerezza e amore nei confronti di questa ardua partita a scacchi, che non possiamo far altro che continuare a giocare. Non possiamo far altro che continuare a sperare.
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